L’Abenomics fa risorgere un po’ il Sol levante. Fino a quando?

Un pil in crescita dello 0,9 per cento nel primo trimestre 2013 e del 3,5 annuo: meglio delle previsioni che puntavano rispettivamente su uno 0,7 e 2,8. Il Giappone visto dall’Europa non suscita più solo invidia mista a un po’ di scetticismo di governi ed economisti ortodossi. La Abenomics, l’aggressiva politica fiscale e monetaria decisa dal premier liberale Shinzo Abe, tornato al potere alla fine del 2012, dopo tre anni di centrosinistra, sta quasi diventando un fenomeno di costume. Lo spleen del dopo Fukushima pare lontano, i consumi interni crescono a un ritmo dello 0,9 per cento netto, l’export sembra tornato ai fasti del passato.
5 AGO 20
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Un pil in crescita dello 0,9 per cento nel primo trimestre 2013 e del 3,5 annuo: meglio delle previsioni che puntavano rispettivamente su uno 0,7 e 2,8. Il Giappone visto dall’Europa non suscita più solo invidia mista a un po’ di scetticismo di governi ed economisti ortodossi. La Abenomics, l’aggressiva politica fiscale e monetaria decisa dal premier liberale Shinzo Abe, tornato al potere alla fine del 2012, dopo tre anni di centrosinistra, sta quasi diventando un fenomeno di costume. Lo spleen del dopo Fukushima pare lontano, i consumi interni crescono a un ritmo dello 0,9 per cento netto, l’export sembra tornato ai fasti del passato. Le metropoli Tokyo, Yokohama, Osaka e Nagoya sono in pieno boom con la spesa delle famiglie che cresce; mentre l’indice Nikkei è tornato al livello del 2007. Una scelta netta e coraggiosa dopo vent’anni di stagnazione alla quale la Bank of Japan aveva opposto come unica arma i tassi a zero o quasi.
La svolta è venuta con la nomina alla BoJ di Haruhiko Kuroda al quale Abe, un conservatore-nazionalista che era già stato premier nel 2006-2007, ha affidato il compito di raddoppiare in due anni il pil, l’inflazione e il credito. Mentre il governo ha promosso un piano di investimenti da 100 miliardi di euro, Kuroda ha effettuato a febbraio una prima massiccia iniezione di liquidità per 128 miliardi di dollari, che entro il 2014 dovrà raggiungere i 1.400 miliardi. L’Abenomics ha immediatamente calamitato l’attenzione di tutto il mondo. Essendo decisamente poco ortodossa – un governo di destra che ignora un debito pubblico del 230 per cento del pil, si serve di stimoli statali e della svalutazione (il 22 per cento sul dollaro) – è variamente commentata. I pensatoi e le industrie più sensibili agli umori americani, compresa l’Amministrazione Obama, alzano il sopracciglio. Tuttavia i tassi dei bond giapponesi si stanno riducendo, e poiché il 90 per cento è in mani domestiche lo smobilizzo (previsto in circa il 10 per cento) sta alimentando l’idea di una pioggia di denaro in cerca di rendimenti redditizi altrove, Italia compresa. Di segno diverso le critiche di Muhtar Kent, numero uno della Coca-Cola: “Il Giappone ha un problema demografico, ed è ormai tardi per trasformare la popolazione in qualcosa di dinamico, aperto, orientato alla natalità”.
Nell’attesa, il Credit Suisse ha rilasciato un report intitolato “Le cinque ragioni per investire in Giappone”. E cioè: la svalutazione rilancerà l’export; il pil crescerà al ritmo più elevato del G7; l’innalzamento del target d’inflazione orienterà gli investitori sulle azioni (oggi il 56 per cento dei portafogli privati è cash e solo il 9 in Borsa); questo dovrebbe riportare le aziende al profitto, al contrario che in Europa e Stati Uniti; infine la bassa produttività giapponese consente margini di crescita del 30 per cento, anche se qui Credit Suisse rimane con il dubbio che la crescita drogata e il consenso politico metteranno in secondo piano le riforme. Tra ortodossia monetaria europea e piani economici un po’ socialisteggianti obamiani, l’Abenomics è una terza via che ha spiazzato tutti, e sta portando risultati.